Il ruggito di Charlie

IL RUGGITO DI CHARLIE

Sdegno, amarezza, orrore, abominio, incredulità, RABBIA!
Sono le parole che viaggiano di bocca in bocca, da una lingua all’altra, di nazione in nazione, invadendo il mondo intero.
Quello di oggi è stato l’attentato terroristico con più morti a Parigi, dopo la seconda guerra mondiale.
Un attentato contro il settimanale SATIRICO “Charlie Hebdo”. Sembra quasi incredibile, invece è così.
In una città con così tanti luoghi sensibili al terrorismo viene colpita la redazione di un settimanale satirico, ed è subito strage. La loro grande colpa consiste nel la pubblicazione di vignette satiriche su Maometto e l’Islam, mal digerito dalla comunità islamica.
Oggi abbiamo assistito all’ennesimo atto di questi folli integralisti islamici, che non hanno perso occasione di dimostrare al mondo intero la loro infinita stupidità nel combattere una matita con una pallottola, o per meglio dire un gruppo di matite con una strage.

In un momento come questo dove le generalizzazioni sono le prime a farsi largo nella mente che metabolizza notizie di tale gravità, chiunque scriva, prima deve riflettere. Pausa di riflessione che di certo servirebbe a certi politici nostrani…

Lungi da me lanciarmi in un’invettiva contro l’Islam. I musulmani, quelli veri, soffrono questo attacco allo stesso modo di chiunque altro, religioso o laico che sia. La parte marcia, in qualsiasi ambito (religioso o politico) si traduce in forme di feroce estremismo, o, per meglio dire, di integralismo, come l’11 settembre americano ha insegnato. Ed è questo che si deve condannare fortemente, che sia islamico, cattolico o altro.
Chi mi conosce sa che mi dissocio profondamente dalla religione, seppur rispetti chi ha fede, nella misura in cui credo fermamente che ogni individuo sia libero di professare ciò che vuole nel rispetto degli altri. Tuttavia, episodi di tale ferocia mi lasciano perplesso davanti alla spietatezza di altri esseri umani.
Come raramente accade, probabilmente perché questo evento riguarda la città in cui vivo, resto sbalordito e disgustato da questi individui che in una manciata di minuti hanno fatto della loro religione un baluardo di giustizia a senso unico. Perché la morte non ammette giustizia. Infliggere morte significa tappare la bocca. E dubito profondamente che un qualunque dio possa ammettere e permettere un comportamento del genere.
Nell’era del web è inevitabile che tutto venga condiviso quasi in diretta su giornali e social network. Ciò facilita chiunque nel trovare testimonianze dure e crude. I video girati dagli altri membri della redazione questa mattina sono raccapriccianti: neanche il miglior film d’azione o l’ultimo videogioco di guerra, avrebbe potuto mostrarci una realtà altrettanto agghiacciante. Non si può fare a meno di ammutolire davanti all’esecuzione del poliziotto, ucciso senza alcuna pietà, a sangue freddo. Ma questo video non è un film in cui il bene trionfa. I secondi scorrono, l’azione finisce e la realtà si impadronisce di tutto. La realtà non è un videogioco da stoppare. E per salvarsi non basta schiacciare un pulsante o spegnere la consolle.

Oggi sono venuto a conoscenza della notizia mentre mi trovavo al lavoro, verso le 13:30, in sala operatoria. Alcuni feriti sono stati soccorsi nell’Ospedale in cui lavoro. Metabolizzare una notizia del genere che arriva a brucia pelo non è semplice: occorre organizzare un trapianto di cuore-reni, preparare la sala, sistemare il materiale; la vita continua ed esige dei ritmi che non sempre la nostra mente ci permette di tenere. I pensieri prendono il sopravvento. Primo fra tutti pensi ai tuoi cari: ti chiedi dove siano, ti sforzi di ricordarti dove possano essere, cosa possano fare, sperando profondamente che siano al sicuro. Poi, appena possibile, qualche sms e si tira un respiro di sollievo.

Poi, però, da parigino acquisito, quale sono, non puoi non pensare al luogo della strage. A quella parte dell’XI arrondissement che sei solito frequentare ed ecco che all’improvviso emerge quel forte senso di angoscia, perché ti senti colpito nel tuo spazio vitale. Questa maledetta strage non solo è avvenuta nella mia città, ma anche in uno dei quartieri che maggiormente frequento. Un quartiere normale, dove si fa la spesa, si va a bere una birra con gli amici, si pranza ogni tanto, dove si fanno compere…

All’uscita dal lavoro, molti messaggi e chiamate hanno letteralmente riempito di notifiche lo schermo del mio cellulare: in primis i miei genitori, terrorizzati all’idea che mi fosse successo qualcosa.
Li chiami, in orari in cui non li cercheresti mai, e li tranquillizzi. Sono vivo. Ferito umanamente dentro, ma vivo. Rientri e prendi il metro, noti gli sguardi degli altri passeggeri che si scrutano l’un l’altro, sospettosi e sgomenti come te. Il solito clima apparentemente indifferente nasconde malcelata tensione, come quando meno di due anni fa un folle ha sparato all’entrata della redazione del quotidiano Libération, colpendo a morte uno stagista. E sceso in uno snodo dell’est parigino, guardandomi intorno, inizio a notare i primi poliziotti in tenuta antiterroristica che squadrano i passanti. Mi sono reso conto che la paura iniziava ad essere reale, palpabile, e che l’unica cosa da fare era rientrare a casa, cancellando i miei impegni.

Le reazioni mediatiche sono state numerosissime e veloci. Il mondo intero è rimasto ammutolito da quanto accaduto, mentre volontariamente tutti coloro che sostengono Charlie Hebdo hanno deciso di radunarsi in piazza. Più di 100 000 partecipanti scesi in piazza per opporre all’orrore i propri ideali, per schierarsi in prima linea e difendere ciò che abbiamo di più caro. Perché noi abbiamo avuto il (raro) privilegio di nascere e vivere in paesi dove la libertà di pensiero e la libertà di espressione contraddistinguono l’Uomo dal fanatico.

“Je suis Charlie”

Marco Peperoni