LA LUNGA NOTTE DEL 13 NOVEMBRE

LA LUNGA NOTTE DEL 13 NOVEMBRE

Sono già passati due giorni dai tragici attentati parigini del 13 novembre. Ed io non sono ancora riuscito a realizzare quanto sia successo. Ancora adesso, non riesco ad elaborare le numerose sensazioni che si susseguono, i pensieri che mi travolgono, la paura, la rabbia, lo shock. Fare i conti con un attentato è un atto dovuto, non si ha scelta: o elabori o rimani paralizzato. Ma fare i conti con la ferocia di questi attentati richiede uno sforzo sovraumano. E’ qualcosa che ti colpisce nel profondo del cuore e che ti tocca da vicino, che ti lascia sgomento, senza parole e senza salivazione. La ricerca di calore diventa fondamentale per istinto: perché anche se non eri per strada in quel momento, la notizia di un numero crescente di vittime ti ferisce. Come mina all’istante la tua libertà di uscire di casa per vedere gli amici, fare la spesa, due passi o andare al lavoro senza il terrore di non tornare a casa la sera, di rivedere i tuoi cari.

Per prima cosa il mio pensiero va alle vittime, ai loro famigliari e a tutte quelle persone che hanno vissuto questi momenti tragici. Io sono solo un granello di polvere, che non era presente sul posto ma che ha vissuto questi eventi in modo diretto, da parigino d’adozione quale sono. Per una combinazione (fortunata) di eventi, primo dei quali il turno di reperibilità in ospedale per il sabato 14 novembre, ho desistito dall’acquisto dei biglietti per andare al concerto al Bataclan. Altrimenti avrei rischiato di essere una delle vittime, e questo, permettete la franchezza, mi ha provocato un brivido gelido lungo la schiena, mentre assistevo alla diretta degli assalti.
Come tutti i parigini sono rimasto basito da un gesto di violenza efferato e gratuito. A meno di dieci mesi dagli attentati di Charlie Hebdo, Montrouge e Porte de Vincennes, Parigi si trova assediata, ancora una volta, da pazzi estremi che, abusando del nome di una religione, convinti del loro fanastismo, decidono di arrogarsi il diritto di terrorizzare ed uccidere persone innocenti, colpendo la città nella cultura e nella sua libertà. Senza apparenti obbiettivi precisi, questi hanno assalito dei luoghi simbolo della vita quotidiana, culturale e sociale della capitale.

La notizia è arrivata in diretta col primo attentato, durante uno zapping serale tra i siti di informazione. Dapprima notizie frammentarie sull’attentato allo stadio, poi diverse sparatorie… fino alla tragica conferma del fatto che fosse in corso un attentato terroristico. Ancora, no!
In pochi secondi, reazioni e pensieri diversi mi hanno atterrito, mentre i giornalisti ricostruivano il puzzle complicato degli eventi in corso. Tra i locali menzionati mi è rimbalzato alle orecchie il nome di un ristorante, spesso suggerito dai colleghi di lavoro per una delle cene che siamo soliti organizzare. Poi la volta dello stadio, “ma non giocava la nazionale!?”. E a seguire la sparatoria nella strada vicino casa “a che altezza è successo?”. Ed infine il Bataclan “Cazzo, ma avrei dovuto esserci io…”
Ho trascorso la sera incollato ad un telegiornale on-line per avere maggiori informazioni ed aggiornamenti sugli eventi. Solo brutte notizie che peggioravano di minuto in minuto.

Ad un tratto, l’intervento di François Hollande, presidente della Francia, ha interrotto la diretta per annunciare i provvedimenti immediati: chiusura delle frontiere, il consiglio categorico di non uscire di casa e l’attuazione del “plan blanc”. Che prevede, tra le numerose precauzioni, quella per cui il personale sanitario viene richiamato al lavoro per la gestione della crisi. Panico totale. Cosa fare? Andare a lavoro? Restare a casa? Una telefonata richiamerà tutti in ospedale? In contatto coi colleghi, via via richiamati, ho scoperto che in virtù della mia reperibilità prevista per il giorno dopo, ero stato dispensato dal rientro in ospedale.
Quella notte, che per me è stata infinita, è proseguita nel disperato tentativo di prendere sonno e ricaricare le pile per la giornata successiva, che si preannunciava lunga e difficile. Tensione e nervosismo hanno prevalso su tutto, impedendomi di dormire (insieme alle sirene che suonavano senza tregua).

Ammetto che il “plan blanc” ha provocato in me sensazioni contrastanti. Da una parte, l’enorme rispetto ed ammirazione per tutti quei colleghi che hanno affrontato una delle notti di lavoro più lunghe e difficili della propria carriera, dall’altra, la sensazione di forte frustrazione per non aver partecipato attivamente all’azione di soccorso. Benché le ragioni pratiche, a volte, prevalgano sulla volontà e la voglia di aiutare il prossimo, me ne sono fatto una ragione dal momento che del personale riposato avrebbe dovuto rimpiazzare i colleghi sabato mattina.

Questi eventi hanno avuto un’enorme risonanza che si è tradotta con messaggi e telefonate da parte di genitori, amici e parenti, arrivati in grande quantità. Persone che hanno manifestato affetto e sostegno, che vorrei ringraziare di cuore per la vicinanza dimostrata in un momento così delicato. Chiedo scusa a coloro cui non ho risposto per motivi di tempo.

Adesso che ragione e lucidità si ristabiliscono dentro di me, mentre Parigi piano piano torna alla normalità, molti dubbi mi assalgono. A dieci mesi dalla strage di Charlie Hebdo, il programma di massima sicurezza civile (noto come Vigipirate) è stato presto abbandonato. Mi chiedo come potesse la Francia difenderci da questi attacchi. Ma soprattutto mi tormenta sapere che la maggior parte degli attentatori fossero vecchie conoscenze delle forze dell’ordine, lasciate a piede libero. Mi chiedo se fosse stato possibile intervenire prima, isolando questi individui dalla società. E sulla base di cosa non sia stato fatto. Negligenza? Superficialità? Mancanza di prove? Rabbrividisco davanti a quegli indizi, divenuti tali solo col senno di poi, che avrebbero potuto permettere di prevedere alcuni di questi attacchi, come quello al Bataclan. Ma non posso non riconoscere alla polizia, alla gendarmeria, all’esercito francese e ai pompieri (cui è toccato l’ingrato compito di estrarre i cadaveri) il merito di avere agito sul campo e di aver provveduto alla nostra sicurezza durante quella notte fatale e in questi giorni.

Personalmente mi sento violato. E’ stato violato il mio quartiere, le mie strade di riferimento, i luoghi che frequento, elementi salienti della mia vita quotidiana parigina. Resto ugualmente basito davanti agli inni di odio, ai titoli feroci di certi quotidiani nostrani, e all’ignoranza che continua a dilagare incontrastata. Perché l’Islam (né il Corano) non sono il nemico. Molti di coloro che hanno prestato soccorso erano di fede musulmana, non immigrati ma francesi. Chi attenta alla libertà dei popoli non sono i musulmani, così come ho letto di frequente nelle scorse ore, ma lo Stato Islamico, un covo di pazzi fratricidi. In questo periodo di oscurantismo, dovremmo tutti ricordarci che un sorriso, una carezza, possono sprigionare forme di umanità inaudita. Ed è con questa umanità che dobbiamo resistere. Perché siamo vivi, ora ed adesso. E la vita, libera e serena, che continua a scorrere, ci appartiene.

Il ruggito di Charlie

IL RUGGITO DI CHARLIE

Sdegno, amarezza, orrore, abominio, incredulità, RABBIA!
Sono le parole che viaggiano di bocca in bocca, da una lingua all’altra, di nazione in nazione, invadendo il mondo intero.
Quello di oggi è stato l’attentato terroristico con più morti a Parigi, dopo la seconda guerra mondiale.
Un attentato contro il settimanale SATIRICO “Charlie Hebdo”. Sembra quasi incredibile, invece è così.
In una città con così tanti luoghi sensibili al terrorismo viene colpita la redazione di un settimanale satirico, ed è subito strage. La loro grande colpa consiste nel la pubblicazione di vignette satiriche su Maometto e l’Islam, mal digerito dalla comunità islamica.
Oggi abbiamo assistito all’ennesimo atto di questi folli integralisti islamici, che non hanno perso occasione di dimostrare al mondo intero la loro infinita stupidità nel combattere una matita con una pallottola, o per meglio dire un gruppo di matite con una strage.

In un momento come questo dove le generalizzazioni sono le prime a farsi largo nella mente che metabolizza notizie di tale gravità, chiunque scriva, prima deve riflettere. Pausa di riflessione che di certo servirebbe a certi politici nostrani…

Lungi da me lanciarmi in un’invettiva contro l’Islam. I musulmani, quelli veri, soffrono questo attacco allo stesso modo di chiunque altro, religioso o laico che sia. La parte marcia, in qualsiasi ambito (religioso o politico) si traduce in forme di feroce estremismo, o, per meglio dire, di integralismo, come l’11 settembre americano ha insegnato. Ed è questo che si deve condannare fortemente, che sia islamico, cattolico o altro.
Chi mi conosce sa che mi dissocio profondamente dalla religione, seppur rispetti chi ha fede, nella misura in cui credo fermamente che ogni individuo sia libero di professare ciò che vuole nel rispetto degli altri. Tuttavia, episodi di tale ferocia mi lasciano perplesso davanti alla spietatezza di altri esseri umani.
Come raramente accade, probabilmente perché questo evento riguarda la città in cui vivo, resto sbalordito e disgustato da questi individui che in una manciata di minuti hanno fatto della loro religione un baluardo di giustizia a senso unico. Perché la morte non ammette giustizia. Infliggere morte significa tappare la bocca. E dubito profondamente che un qualunque dio possa ammettere e permettere un comportamento del genere.
Nell’era del web è inevitabile che tutto venga condiviso quasi in diretta su giornali e social network. Ciò facilita chiunque nel trovare testimonianze dure e crude. I video girati dagli altri membri della redazione questa mattina sono raccapriccianti: neanche il miglior film d’azione o l’ultimo videogioco di guerra, avrebbe potuto mostrarci una realtà altrettanto agghiacciante. Non si può fare a meno di ammutolire davanti all’esecuzione del poliziotto, ucciso senza alcuna pietà, a sangue freddo. Ma questo video non è un film in cui il bene trionfa. I secondi scorrono, l’azione finisce e la realtà si impadronisce di tutto. La realtà non è un videogioco da stoppare. E per salvarsi non basta schiacciare un pulsante o spegnere la consolle.

Oggi sono venuto a conoscenza della notizia mentre mi trovavo al lavoro, verso le 13:30, in sala operatoria. Alcuni feriti sono stati soccorsi nell’Ospedale in cui lavoro. Metabolizzare una notizia del genere che arriva a brucia pelo non è semplice: occorre organizzare un trapianto di cuore-reni, preparare la sala, sistemare il materiale; la vita continua ed esige dei ritmi che non sempre la nostra mente ci permette di tenere. I pensieri prendono il sopravvento. Primo fra tutti pensi ai tuoi cari: ti chiedi dove siano, ti sforzi di ricordarti dove possano essere, cosa possano fare, sperando profondamente che siano al sicuro. Poi, appena possibile, qualche sms e si tira un respiro di sollievo.

Poi, però, da parigino acquisito, quale sono, non puoi non pensare al luogo della strage. A quella parte dell’XI arrondissement che sei solito frequentare ed ecco che all’improvviso emerge quel forte senso di angoscia, perché ti senti colpito nel tuo spazio vitale. Questa maledetta strage non solo è avvenuta nella mia città, ma anche in uno dei quartieri che maggiormente frequento. Un quartiere normale, dove si fa la spesa, si va a bere una birra con gli amici, si pranza ogni tanto, dove si fanno compere…

All’uscita dal lavoro, molti messaggi e chiamate hanno letteralmente riempito di notifiche lo schermo del mio cellulare: in primis i miei genitori, terrorizzati all’idea che mi fosse successo qualcosa.
Li chiami, in orari in cui non li cercheresti mai, e li tranquillizzi. Sono vivo. Ferito umanamente dentro, ma vivo. Rientri e prendi il metro, noti gli sguardi degli altri passeggeri che si scrutano l’un l’altro, sospettosi e sgomenti come te. Il solito clima apparentemente indifferente nasconde malcelata tensione, come quando meno di due anni fa un folle ha sparato all’entrata della redazione del quotidiano Libération, colpendo a morte uno stagista. E sceso in uno snodo dell’est parigino, guardandomi intorno, inizio a notare i primi poliziotti in tenuta antiterroristica che squadrano i passanti. Mi sono reso conto che la paura iniziava ad essere reale, palpabile, e che l’unica cosa da fare era rientrare a casa, cancellando i miei impegni.

Le reazioni mediatiche sono state numerosissime e veloci. Il mondo intero è rimasto ammutolito da quanto accaduto, mentre volontariamente tutti coloro che sostengono Charlie Hebdo hanno deciso di radunarsi in piazza. Più di 100 000 partecipanti scesi in piazza per opporre all’orrore i propri ideali, per schierarsi in prima linea e difendere ciò che abbiamo di più caro. Perché noi abbiamo avuto il (raro) privilegio di nascere e vivere in paesi dove la libertà di pensiero e la libertà di espressione contraddistinguono l’Uomo dal fanatico.

“Je suis Charlie”

Marco Peperoni

Contrat à durée inderteminée! / Contratto a tempo indeterminato!

Contrat à durée inderteminée!/ Contratto a tempo indeterminato!

Finalmente ritorno a scrivere per condividere con voi una bella notizia!
Esattamente un anno fa iniziavo a lavorare nella sala operatoria del reparto di Cardio-chirurgia dell’ospedale della Pitié-Salpêtrière, avendo un contratto da stagista della funzione pubblica. Dopo una lunga attesa, è stato confermato il nuovo contratto a tempo indeterminato.

Ancora non riesco a rendermene conto perché nel nostro paese questo statuto sembra quasi non esistere più. In questo momento di bilanci, confrontandomi con le difficoltà effettive con le quali mi sono scontrato, oltre ad i sacrifici e alle rinunce (specie in termini d’affetti e di nostalgia), posso affermare che i miei sforzi sono stati ampiamente ripagati.

Devo ammettere che l’effettività del titolo non è stata così chiara ed evidente come supponevo. Conoscendo la prassi italiana, pensavo di essere convocato in prossimità della scadenza del vecchio contratto per firmarne uno nuovo che ufficializzasse la mia posizione all’interno delle risorse umane dell’ospedale. Ma, contrariamente alle mie aspettative, tutto questo non è accaduto. Lo scorso mese mi sono chiesto spesso cosa sarebbe successo, come avrei avuto modo di conoscere quali intenzioni il reparto presso cui lavoro avesse nei miei confronti.

Prima di proseguire, facciamo un passo indietro e procediamo con ordine. Nel momento in cui si viene assunti da un qualunque ente o impresa pubblica, si è sottoposti ad un contratto di stagiaire de la fonction publique, della durata di un anno. Questo tempo viene utilizzato dalla struttura che vi assume per vagliare le vostre reali competenze e capacità, specie se esercitate mestieri di responsabilità, come quelli dell’ambito sanitario. Al momento della firma vi verrà segnalato che il titolo effettivo, in questo caso quello di infermiere/a della Sanità Pubblica Parigina (AP-HP) decorrerà a partire dalla scadenza del contratto precedente. In caso contrario, ovvero se l’anno di prova dovesse disattendere le aspettative di chi vi coordina, verrete informati della cessazione del vostro rapporto di lavoro.

Nel mio caso specifico, nessuna notifica del servizio del personale mi è stata comunicata. Tuttavia, ho avuto modo di comprendere quale sia il meccanismo che permette di confermare un’assunzione. In Francia è il reparto stesso – rappresentato dal(la) caposala e dal vostro formatore – a redigere un resoconto dell’anno lavorativo in presenza dello stagista (voi stessi!). In base alla valutazione del vostro lavoro, e alla sua idoneità relativa, il sevizio compila una domanda di assunzione definitiva, firmata dai vostri referenti e da voi stessi. Quella firma è a tutti gli effetti l’inizio del vostro nuovo statuto, ovvero quello di contrattista a tempo indeterminato.

Non avendo alcuna idea delle conseguenze di questo nuovo statuto, mi sono informato con alcuni colleghi che si sono confrontati con questa procedura qualche mese prima di me. Ho scoperto, quindi, che a distanza di un mese si riceve una lettera ufficiale al proprio domicilio che conferma l’avvenuta modifica di contratto. La controprova sarà visibile sulla busta paga, in cui non si verrà più menzionati come stagisti, ma come infermieri a contratto indeterminato.

Oggi festeggio la mia nuova assunzione recandomi a lavoro con il nuovo titolo effettivo. La straordinarietà di un evento apparentemente ordinario, che dovrebbe essere vissuto da tutti, mi rende felice ed incredulo al tempo stesso. Se penso all’Italia, alla situazione che ho vissuto personalmente e alle situazioni che vivono costantemente amici, parenti e conoscenti, mi viene un nodo in gola. Il lavoro è un diritto fondamentale. Ricordando il primo maggio, appena trascorso, il mio pensiero va a tutti gli infermieri (e non solo!) che lavorano in condizioni precarie, a chi non trova lavoro e a chi vuole tentare un grande passo come ho fatto io.

Bon courage à tous,

Marco

1 anno a Parigi

26 novembre 2012 ore 18:30 (circa), sbarcavo a Parigi con un biglietto di sola andata.

Oggi festeggio il primo anniversario di una decisione non semplice,  a tratti sofferta, ma anche piena di aspettative: voglia di mettersi in gioco e di dimostrarsi capaci di affrontare qualsiasi sfida.

La decisione è arrivata dopo attenta e lunga riflessione. La parte più difficile ovviamente è stata quella di lasciare la famiglia (sapere che in caso di bisogno non basta prendere una mezza giornata libera dal lavoro), gli amici (compagni di favolose esperienze indimenticabili), le abitudini e i luoghi in cui sono cresciuto.

Il gioco valeva la candela?

Col senno di poi posso dire di Si.

Lavoro nel reparto che più mi piace (la sala operatoria), in un campo interessante e pieno di stimoli (la cardiochirurgia). Vivo a Parigi e riesco a vivere la città, anche se spesso bisogna fare notevole attenzione alle economie. Continuo a portare avanti la mia grande passione: la musica, suonando con i Wonderflu, gruppo indie rock. E, soprattutto, sono attorniato da persone per me molto importanti.

Nonostante tutto la famiglia, gli amici e i luoghi cari rimarranno sempre nel mio cuore, perchè mi hanno reso ciò che sono.

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26 novembre 2013 18:30 (circa), ripenso con orgoglio al mio sbarco in terra parigina e ricordo con un sorriso la paura che avevo.

Marco

BENVENUTI!

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Benvenuti nel mio blog dedicato agli infermieri italiani che desiderano esercitare la propria professione in Francia, ed in particolar modo a Parigi.

Sono Marco Peperoni, originario di Santa Sofia, un piccolo paese nelle colline dell’Appennino Tosco-Romagnolo,  sul versante della Romagna.
Mi sono laureato in Infermieristica presso la facoltà di Bologna, sede distaccata di Ravenna,  polo di Forlì,  il 18 aprile 2012. Sono iscritto scritto al Collegio IPASVI di Forlì-Cesena, n°4475.
Sono arrivato a Parigi alla fine di novembre 2012.

Ho deciso di aprire questo blog per condividere la mia esperienza personale, che, dopo lunghe attese e infinite trafile burocratiche,  mi ha permesso di trovare lavoro presso un ospedale pubblico parigino, la Pitié-Salpetrière.

In poche parole, cercherò di descrivere dettagliatamente quali siano i documenti richiesti, quanto lunghe siano le attese, quali siano gli enti cui rivolgersi, dove ottenere la certificazione linguistica, come ottenere delle traduzioni giurate, etc ; in modo tale da permettere a chiunque voglia cimentarsi in questo tipo d’esperienza di riuscire a trovare lavoro in tempi brevi.

Spero che questo spazio possa essere utile a tutti coloro che desiderano emigrare senza rinunciare all’esercizio della propria professione.

Bonne chance à tous!

Marco